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Disturbi del comportamento alimentare. L'anoressia

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Disturbi del comportamento alimentare. L'anoressia

Messaggio Da Dott. A. Paliotti il Lun 20 Apr 2009, 12:05

Mariella, a 12 anni, era una bella ragazzina dall’aspetto florido.
Molto spesso, nei lunghi pomeriggi trascorsi in casa a studiare, divorava, un po’ per gusto e un po’ per noia, barattoli di Nutella e pacchi di merendine. A 15 anni si ritrovò, suo malgrado con una decina di chili di troppo, e dato che i suoi coetanei un poco la snobbavano e un poco la prendevano in giro, decise di iniziare una dieta dimagrante. Iniziò a perdere qualche chilo, ma non essendo ancora soddisfatta, si rivolse ad un dietologo che ridusse drasticamente tutti i suoi eccessi alimentari. Fu così che Mariella, in poco tempo, ritrovò il suo peso forma.
Ma oramai si era innescato un meccanismo perverso.
Nonostante i chili persi, gambe e fianchi non erano ancora come li avrebbe desiderati e così decise che la quantità di alimenti che ingeriva era ancora troppo elevata. Il passo successivo fu quindi “la dieta della dieta”. Il suo peso calava ma non scompariva la spiacevole sensazione di inadeguatezza, di non piacersi.
Oggi, a 20 anni, Mariella si trova ricoverata in un reparto ospedaliero. Il suo peso è ai limiti della sopravvivenza, presenta alterazioni ormonali e un grave squilibrio elettrolitico.
Mariella è divenuta una ragazza anoressica.
Perché? Che cosa è successo?

L’anoressia è una patologia psichiatrica, una esasperazione dei disturbi del comportamento alimentare che, nella sua manifestazione più grave, può condurre anche alla morte. Ad esserne colpite sono soprattutto le giovani donne per uno o più periodi della loro vita. Anche se, negli ultimi tempi, stanno aumentando vertiginosamente le percentuali di anoressia maschile.
Nel suo aspetto conclamato, l’anoressica ha bisogno dell’intervento integrato dell’internista, dello psichiatra e dello psicologo.
Questa grave disfunzione del normale comportamento alimentare sembra sovvertire tutte le leggi del sano istinto di sopravvivenza di persone che, ad un certo punto della loro esistenza, si lasciano letteralmente morire di fame.
Tutto può iniziare con una dieta, una semplice, banalissima dieta dimagrante indotta, ma non sempre, da una effettiva necessità di perdere dei chili di troppo. Ben presto questa semplice volontà di perdere peso, alimentata dalla forte motivazione di adesione ai modelli estetici proposti dai media, assume la connotazione di un disturbo ossessivo-compulsivo. La ragazza non è mai soddisfatta del peso raggiunto, si sente sempre grossa, gonfia, sceglie e pesa minuziosamente gli alimenti, ed ha la sensazione che quel che mangia è sempre troppo. I suoi pasti sono sempre più ridotti, sino ad arrivare - anche se non in tutti i casi - a sentirsi talmente in colpa quando mangia sia pure una quantità minima di cibo, da costringersi al vomito.
Per cui praticamente non assimila più nulla.

E' il caso di Rosa che, quando l'ho vista per la prima volta, faccia scura e scavata, magra da far spavento, e con due maglioni e il pigiama sotto i pantaloni, tale era il freddo data da mancanza di calorie, mi stupì per la freddezza e la determinazione, quasi la sfida, che leggevo nel suo sguardo.
Rosa provvedeva all'accudimento e al nutrimento della sua famiglia ma, per quanto le riguardava, non toccava cibo. Aveva da poco litigato con un fidanzato perché i suoi rifiuti di a andare a mangiare una pizza o un panino erano divenuti insostenibili. Non le importava neanche che l'ultimo ciclo mestruale risalisse a più di sei mesi prima, le dava solo un po' fastidio la peluria che sempre più copiosa vedeva sorgere sul suo viso e su braccia e gambe.
Veniva da me per accontentare la madre, come spesso accade alla maggior parte delle anoressiche, e fin tanto che non ho conquistato la sua fiducia, ogni volta era una sfida.

Perché difficilmente l’anoressica chiede aiuto. Sorretta da una notevole tensione psichica, anche nei periodi di maggiore debilitazione, si mostra forte, energica,. perfezionista e iperattiva. Gli stessi familiari, tratti in inganno da questa forza apparente, molto spesso diventano consapevoli della gravità della situazione solo a quadro clinico conclamato, quando il peso scende al di sotto dei 38 chili dando origine a severe alterazioni fisiologiche, con un scompenso ormonale che determinano tra le altre conseguenze l’arresto delle mestruazioni, ma soprattutto con gravissimi ripercussioni sugli scambi elettrolitici che conduco anche alla morte.

Ma cosa genera una patologia tanto perversa?
Medici, psichiatri e psicoanalisti ne hanno dato le interpretazioni più varie.
a) Una predisposizione biologica di base;
b) Un disturbo nelle modalità relazionali all’interno della famiglia;
c) Una problematica di identità sessuale;
d) Un conflitto tra opposte esigenze di autonomia e di dipendenza;
e) Una svalutazione di sé riflessa e nella non accettazione dell’immagine del proprio corpo;
f) una personalità perfezionista e ossessiva;
g) Una conseguenza di condizionamenti sociali.

Attualmente, invece, si tende a considerare l’anoressia come il risultato della interazione di una serie di fattori sia biologici che psicologici e ambientali. Nel senso che a una personalità già geneticamente predisposta, si sommano fattori familiari predisponenti e/o condizionamenti sociali.

I problemi psicologici dei disturbi alimentari sono spesso ricondotti, dalla maggior parte degli autori, ad una problematica nella relazione primaria, la relazione affettiva con la madre.
Il digiuno viene a collocarsi come espressione di un ricatto affettivo. La ragazza percepisce la propria madre come distante, poco attenta alle sue richieste affettive, se non addirittura ostile. Non di rado la ritiene responsabile del suo modo precario di nutrirsi, al punto da arrivare a ritenere, lo stesso suo digiuno, come l’adesione ad un reale desiderio materno.
Inoltre, una conflittualità con la propria madre porterà una figlia femmina a pregiudicare anche la validità del modello di figura femminile da imitare ed in cui identificarsi. Da qui derivano anche le interpretazioni psicoanalitiche dell’anoressia che ritengono il digiuno, la ricerca ossessiva della magrezza, come un rifiuto della sessualità femminile e di tutte le caratteristiche che la connotano. Il corpo che viene desiderato, fantasticato, è un corpo magro, rigido, un corpo fallico detentore di potere, quel potere che la ragazza ha rifiutato di delegare, quasi in un delirio di onnipotenza, e che la vede autosufficiente nei confronti del mondo intero. Il rifiuto del cibo è il rifiuto di dover ammettere di dipendere da qualcuno o da qualcosa. Inoltre la ragazza, cresciuta con la sensazione che il cibo non avesse quelle caratteristiche positive che danno energia, forza e calore, si sente avvelenata da un alimento che viene percepito come una sostanza nociva, un malefico veleno.

Tra le cause, però, è opportuno valutare anche il peso dei condizionamenti di carattere sociale.
La nostra società, negli ultimi decenni, non ha fatto altro che proporre e rinforzare una determinata immagine femminile: donne bellissime, alte e magre. Non solo, ma anche intelligentissime, ai vertici di una brillante carriera che le vede protagoniste in una società dove sembra esistere l’equazione: bellezza uguale successo, potere, e quindi felicità.
Ma rechiamoci in un ufficio qualsiasi, osserviamo queste fantomatiche “donne in carriera”, di sicuro abbastanza velocemente constateremo che hanno ben poco in comune con le loro rappresentazioni proposte dai media. Spesso la maggior parte di loro vive una vita di impegni facendosi carico di ulteriori preoccupazioni, un tempo, ad esclusivo appannaggio maschile. E’ evidente quindi una netta discrepanza tra la vita reale e concreta, fatta di impegni e responsabilità, e il fantastico mondo proposto da riviste e televisione dove assistiamo ad un carosello di tante belle, finte, persone.
Ma, purtroppo, il modello proposto è stato lentamente, ma inesorabilmente, assimilato da tutti, anche se risulta a volte difficile, spesso impossibile da imitare: si è contribuito solo a generare insoddisfazione e frustrazione nella maggior parte delle donne. In particolare quando non si può contare su una forte autostima, su dei validi riferimenti affettivi familiari, e sull'acquisita capacità di riconoscere e gestire la propria parte emozionale.

Si è venuta quindi a definire una situazione in cui la maggior parte delle donne con dei chili di troppo non riesce a vivere serenamente in una società che le penalizza di continuo. Non solo, ma anche tante ragazze graziose, che non presentano alcun problema di peso, non riescono a sentirsi bene nel loro corpo e vivono rincorrendo un ideale che esiste solo nelle loro fantasia, ma che purtroppo le costringe ad adottare comportamenti anomali e finanche autodistruttivi.

I disturbi del comportamento alimentare possono quindi assumere vari livelli di gravità. In genere e per fortuna, la maggior parte delle ragazze e delle giovani donne, forti di un equilibrio psichico sottostante, non precipitano in quella zona rischio, in quella zona di non ritorno, che costituisce il classico quadro anoressico, ma comunque soffrono e sono vittime di malesseri personali alimentati da un sistema sociale che ritiene, e impone, un ideale di magrezza e di bellezza come l'unica strada che porta al successo e felicità.

Già, ma come si fa a stabilire l’inizio di un comportamento alimentare patologico?
Una persona che inizia una dieta sicuramente non va guardata con sospetto. E' sano, infatti, avere cura di sé e del proprio corpo. Ma tra una dieta adeguata, in cui sono presenti tutti gli alimenti indispensabili ad un equilibrio psicofisico e un comportamento alimentare patologico, con l'arbitraria e drastica riduzione della maggior parte dei nutrienti, vi è una differenza sostanziale che deve far scattare un campanello d'allarme.

Perché in genere queste ragazze mantengono quello che ritengono essere il proprio peso-forma con dei sistemi che sono in netto contrasto con le più elementari norme dietetiche. Si nutrono male. Saltano i pasti, oppure ne sostituiscono uno con un solo yogurt, o anche digiunano per l’intera giornata se solo cedono alla tentazione di un gelato o di un biscotto! Molte di loro continuano così per anni inconsapevoli di debilitare maggiormente il loro fisico. Non solo, ma un progressivo deperimento organico determina nel tempo un accentuarsi di quelle caratteristiche psicologiche di insoddisfazione, di non accettazione, che preludono a crisi depressive.

Spesso genitori, insegnanti o altri educatori chiedono delle indicazioni su come riconoscere i sintomi di anoressia o anche di altri comportamenti alimentari patologici e quindi come rapportarsi ad essi.

Ecco alcune indicazioni.
Occorre innanzi tutto occorre prestare attenzione ai cali significativi di peso e ad ogni comportamento alimentare anomalo, sia in senso restrittivo, diminuzione eccessiva della quantità di cibo e di tipo di alimenti, sia da perdita di controllo, tipica delle ingestioni abnormi, fino alle abbuffate. Ma attenzione anche ad alcune alterazioni dei comportamenti sociali legati alla nutrizione, ad esempio può destare sospetto chi, con una scusa o l'altra tende a evitare di sedersi a tavola con gli altri componenti, o declina inviti a pranzo, o trova scuse e rifiuta uscite con gli amici quando si organizza di mangiare fuori.

La valutazione diagnostica è comunque a carico del clinico che con altri determinati parametri è in grado di effettuare la giusta diagnosi indispensabile per individuarne la cura.
Perché spesso chi è vicino ci può poco nella risoluzione del problema. A nulla servono discorsi dettati dal buon senso, o le minacce o far leva sul senso di colpa.

Quel che però indispensabile fare, è ricorrere innanzi tutto al medico generico, che al di là della valutazione clinica, potrà organizzare una serie di esami biochimici che valutino essenzialmente lo stato fisico della persona e valutare quindi il ricorso a eventuali consulenze specialistiche: dal dietologo, l’internista, il ginecologo, lo psicologo e se necessita lo psichiatra.

Il passaggio dal medico con relativi esami è preliminare a qualsiasi altro tipo di approccio. Ma in presenza di una forte depressione o una patologia ossessiva in simultanea lo psichiatra potrà fornire un sostegno farmacologico che allevi l'eccesso di dolore che sempre accompagna questi stati.

Compito dello psicologo è essenzialmente fornire un adeguato sostegno.
La comprensione, l'accettazione della persona in difficoltà rappresentano i presupposti preliminari a qualsiasi tipo di rapporto terapeutico. Solo sentendo la comprensione emotiva del proprio dolore, ci si può fidare e affidare e quindi accettare l'aiuto che porta alla condivisione del percorso terapeutico.
Lo psicologo aiuterà la persona nel cammino verso la conoscenza di sé. Insieme si ripercorreranno vissuti esperienziali ed emozionali, e insieme si attribuirà loro il giusto significato e il giusto valore.
Spesso a chi soffre di anoressia manca la cosidetta mentalità psicologica: la percezione del significato interiore degli eventi e delle relazioni affettive, e la loro ripercussione e comprensione emotiva. Sono persone che si sentono invadere dal malessere senza però riuscire a dargli un nome o un significato – perché rimosso, allontanato dalla coscienza in tempi passati - per cui ecco che lo psicologo effettua un lavoro di traduzione del dolore, riscoprendone antichi sensi e significati.

Ma la terapia psicologica non è solo risoluzione dei problemi, ma anche e soprattutto valorizzazione delle abilità e dei punti di forza propri di ciascun individuo. Solo che la persona affetta da un problema invalidante non riesce più a scorgerli e vive in preda del dolore e delle sue idee ossessive.
Il lavoro psicologico con la persona anoressica è un lavoro lungo, ma non impossibile. Centrale è la motivazione al cambiamento che lo stesso psicologo può pazientemente costruire con il paziente. Sarebbe auspicabile effettuarlo in delle strutture pubbliche ben organizzate che vedano la collaborazione di più figure professionali. Ma purtroppo non sempre è possibile data la mancanza di strutture adeguate o anche di una figura di coordinamento dei vari approcci terapeutici. Ma comunque mi auguro che al più presto ogni struttura locale possa attrezzarsi.
E nel frattempo sarebbe auspicabile effettuare degli interventi di prevenzione, magari nelle scuole, che non siano, attenzione! di cultura e informazione sull'anoressia, pare infatti che più se ne parla più si generano episodi di identificazione, ma di prevenzione per quanto riguarda un adeguato comportamento alimentare e di educazione al riconoscimento dei propri stati emozionali.

Dott. Assunta Paliotti
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