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Omofobia. La discriminazione dell'omosessuale. Prima giornata nazionale di studio.

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Omofobia. La discriminazione dell'omosessuale. Prima giornata nazionale di studio.

Messaggio Da Dott. A. Paliotti il Mar 11 Nov 2008, 21:23

OMOFOBIA

Il sei di ottobre si è svolta a Napoli, la prima giornata nazionale di studio sull’omofobia.
Ma cos’è l’omofobia?
Si definisce omofobia il disagio, il senso di fastidio, la paura irrazionale che si prova a contatto della persona omosessuale.

L’omosessualità è sia maschile che femminile, ma desta maggior clamore e chiacchiere di certo l’omosessualità maschile. Difatti provoca più sconcerto un uomo che adotta atteggiamenti e inclinazioni sessuali femminili che una donna che adotta atteggiamenti maschili.

L’omosessualità non ha nulla a che vedere con i disturbi di identità di genere.
In questo caso ci troviamo di fronte ad un uomo che si sente interiormente donna o viceversa di un individuo fisiologicamente femmina ma che si sente uomo interiormente.
Sono persone che vivono il dramma di ritrovarsi in un corpo, in una genitalità che non gli appartiene e anelano a modificare chirurgicamente il proprio sesso biologico.

L’omosessuale invece non mette in dubbio il proprio genere, maschile o femminile che sia, ma si sente sessualmente attratto da persone dello stesso sesso.

Una donna omosessuale di recente mi ha detto.
“Io in verità non mi sento niente, né uomo e né donna.”
Ma il suo aspetto non esprime nulla di femminile, dal taglio dei capelli, alle movenze, agli abiti che indossa di chiara foggia maschile.
Anche la rabbia di non poter manifestare liberamente la propria sessualità la esprime in modo maschile.


Ma ritornando all’omofobia occorre sottolineare gli effetti devastanti che genera.
Il fastidio e il disagio delle persone cosiddette normali genera l’emarginazione, la derisione, finanche l’abuso e la violenza sull’omosessuale.

L’omosessuale, quindi quale vittima designata in contesti scolastici, lavorativi e soprattutto familiari.
Deriso, trattato con disprezzo, additato, evitato.

Ma cosa fa scattare la paura, il disagio nei confronti dell’omosessuale?
Cosa induce le persone, e specialmente i maschi sui maschi, ad adottare comportamenti derisori e emarginanti? Cosa genera l’omofobia?
Spesso chi maggiormente si accanisce contro l’omosessuale, è una persona con una rigida struttura caratteriale e, paradossalmente, sono proprio colui che sente di non avere una definita identità di genere, che non è interiormente certo della propria sessualità. E ka presenza dell’omosessuale gli slatentizza il proprio disagio interiore.

L'omosessuale quindi, con i propri contenuti di ambiguità manifesti, genera nella persona con sessualità non definita uno stato di agitazione e di malessere che deriva da pulsioni rimosse di attrazione omosessuale.
Ed ecco quindi che la discriminazione dell’altro è l’esigenza di salvare se stesso, di allontanare dalla propria coscienza sentimenti altrimenti intollerabili da gestire.
La discriminazione più accanita quindi nasce, in molti casi, proprio dalla paura di pulsioni omosex inconsce.

Fenomeni di intolleranza omosessuale si verificano anche in ambienti universitari, dove si presume che la cultura possa essere la strada per la comprensione e l’accettazione dell’altro.
Gli altri studenti discriminano l’omosessuale perché la paura del diverso li allontana.

In ambiti scolastici e universitari si parla di bullismo omofonico e si stimano 60000 vittime di abusi omofobici.
Il bullismo, che sempre più imperversa nelle nostre scuole, è lo specchio della società in cui viviamo, una società che va verso il razzismo e addita il diverso – che sia esso appartenente a un’altra cultura, disabile o omosessuale - quasi come portatore di un virus. Il virus della diversità.
Con gli atti di bullismo i giovani si riconoscono in una ideologia dominante identificandosi tra di loro in un gruppo definito.
Gli atti di bullismo quindi come marcatori di aderenza a un gruppo e alle idee dominanti.

In uno studio effettuato è stato dimostrato che la maggior parte degli insegnanti è consapevole degli episodi di discriminazione e di bullismo omosessuale, la stima è di 4 su 5, ma la maggior parte delle volte, spesso per evitare di impegolarsi in questioni che non saprebbe proprio come affrontare, tende a eliminare il problema, definendolo uno scherzo innocente tra ragazzi.
Mentre si stima che il 40% degli omosessuali sono stati vittime di episodi di bullismo a scuola riportandone stati ansiosi depressivi, sentimenti di autoesclusione fino a tentativi di suicidio.


Per il presidente dell’associazione gay I Ken, Carlo Cremona, l’omofobia è lo specchio della violenza metropolitana che sempre più imperversa nelle nostre città. Ma dato che per intraprendere un percorso di convivenza civile di culture differenti occorre ricercare la via del dialogo e del confronto, è opportuna un’azione di comprensione e non di contrasto alla violenza, perché violenza contro violenza non paga.
La questione quindi va affrontata nel contesto sociale, e soprattutto nelle scuole.

Ma omofobia può essere anche omofobia interiorizzata, tratto tipico di una gran parte di omosessuali.
Esperienze di derisione, rifiuto, emarginazione, ripetute nel tempo, generano l’introiezione del rifiuto della propria diversità e una adesione rigida alle leggi e le norme dei comportamenti socialmente accettabili.
Ma l’omosessuale che non accetta la propria inclinazione entra in conflitto con se stesso dando origine a sentimenti di autosvalutazione, comportamenti di autoesclusione, chiusura dal mondo, fino a stati depressivi che possono finanche giungere alle estreme conseguenze.


Attualmente assistiamo ad un periodo storico di per sé violento, omofobico e razziale.
La Prof. Adele Nunziante Cesareo non ha dubbi e ne parla con profondo rammarico ripensando alle lotte e alle conquiste sociali del passato. La linea dell’emancipazione, iniziata con l’emancipazione femminile è andata persa e occorre mettere in atto delle valide iniziative per recuperarla.
Sette milioni di donne ogni anno subiscono maltrattamenti e abusi e la cosa più grave è che il 94 % di un campione di 10000 persone intervistate ritengono che sia un qualcosa di normale.
Viviamo in un momento di regressione rispetto alle lotte di emancipazione che sono state effettuate nel passato e occorre necessariamente ritrovare gli strumenti di lotta, recuperare la capacità di dialogo per combattere la violenza sui soggetti deboli.
Perseguitare l’omosessuale viene visto come una minaccia non solo alla virilità, ma dell’attuale organizzazione sociale che va sempre più verso modelli a connotazione maschile, virile e autoritario.

La storia della sessualità è la storia della normalità.
Dall’Università Orientale il professor Rizzo relaziona sulla storia dell’identità di genere.
Ma cosa è la normalità?
Già Aristotele definiva tra l’uomo anche un animale coniugale perché gli individui non ce la fanno a vivere da soli. È una questione di sopravvivenza della specie. Perché l’uomo ha delle abilità mentre la donna ne ha delle altre.
La paura della diversità invece è essenzialmente paura del caos che è difficile da gestire.
Nel matrimonio, storicamente, c’è sempre stato un inferiore e un superiore, ognuno aveva il suo posto e il suo ruolo e in tal modo si manteneva un certo ordine.
Il matrimonio rispecchiava la società con le sue categorie gerarchiche che, al pari di una istituzione politica, fungeva da ordinatore gerarchico.
Con l’avvento della parità dei sessi il matrimonio ha perduto gradualmente la sua connotazione di istituzione storico –politico e ancora oggi viviamo le conseguenze dei cambiamenti sociali.

Ancora si discute sul concetto di normalità.
La normalità dei corpi non esiste. Ognuno ha il proprio temperamento e nel corso dei secoli sono stati fatti tentativi di classificazione dei temperamenti.
Si nasce con un temperamento.

Ma se è naturale il matrimonio, allora il celibato è contronatura?
Ma la natura non fa nulla di inutile, solo cose necessarie, e non è necessario che tutti si riproducano. È sufficiente che solo alcuni individui siano addetti alla sopravvivenza della specie. Alcuni uomini, ad esempio, non sono inclini al matrimonio, mentre per altri l’astinenza è un dato naturale poiché sono inclini ad altro.


(segue)


Dott.ssa Assunta Paliotti

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Dott. A. Paliotti

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Dimensioni dell'omofobia e minority stress - relazione del prof. Lingiardi

Messaggio Da Dott. A. Paliotti il Mer 14 Gen 2009, 08:50

Ecco di seguito un sunto della relazione che il Professor Lingiardi ha presentato alla prima giornata nazionale di studio svoltasi a Napoli sull'Omofobia.
Ringraziamo il Professore che ci ha gentilmente concesso il sunto del suo intervento.



Dimensioni dell'omofobia e minority stress

Una volta “depatologizzata” l’omosessualità, uno sbocco naturale della ricerca psicologica non poteva che essere lo studio del pregiudizio antiomosessuale e delle sue varianti. Se molte delle domande poste dalle sessualità, per esempio quali fattori ne determinino gli orientamenti, continuano infatti a non trovare risposta, ben noti sono invece gli effetti traumatici di un ambiente ostile sulla formazione dell’identità. Le persone gay e lesbiche hanno a che fare quotidianamente con un’eterosessualità obbligatoria (Rich, 1980; Butler, 1990), cioè con un sistema sociale in cui l’eterosessualità viene “data per scontata”, ricoprendo un ruolo normativo e centrale in ogni ambito, da quello mediatico a quello giuridico. Questa “eteronormatività” è spesso accompagnata da una dimensione “eterosessista”, che denigra, svaluta e discrimina tutte le “non etero-sessualità”.
Utilizziamo il termine “omofobia” (Weinberg, 1972) – o, come suggeriscono Hudson e Ricketts (1980), “omonegatività” – per indicare un’attitudine (dal disagio al disprezzo alla violenza esplicita) che, più o meno inconsapevolmente, una persona sperimenta verso tutto ciò che ha a che fare con le omosessualità. Più precisamente, parliamo di “omonegatività sociale” quando ci riferiamo ai comportamenti perpetrati socialmente contro le persone gay e lesbiche; parliamo invece di “omonegatività interiorizzata” per fare riferimento all’attitudine negativa che una persona omosessuale può sperimentare verso la propria omosessualità.
Come dice un bellissimo verso della poetessa Emily Dickinson: “Perché gli spettri ti possiedano non c’è bisogno di essere una stanza”. Nelle persone omosessuali, la presenza di un nucleo di omonegatività interiorizzata mina la capacità di sentirsi a proprio agio come gay/lesbica, condizionando lo sviluppo psicologico e affettivo, la formazione della personalità, le relazioni personali e di coppia. La paura o la convinzione di “essere malato” possono affliggere la persona omosessuale al punto da spingerla a contrastare o mascherare completamente la propria identità, trasformando, come scrisse Mario Mieli (1977), la “difformità” in “deformità”. In alcuni casi, la consapevolezza di essere “diversi” può funzionare da rinforzo ad essere “migliori” per essere accettati o almeno non penalizzati: un meccanismo compensatorio dell’omonegatività interiorizzata che può essere una delle possibili spiegazioni della spinta all’autoaffermazione che troviamo in alcune persone gay o lesbiche. Anche se “virtuosa”, questa spinta è conseguenza di una convinzione triste: quella di dover “fare più degli altri” per farsi accettare.
Nel nostro interevento abbiamo anche presentato due scale per la misurazione dell’omonegatività sociale e interiorizzata (SIMO-E e SIMO-I, dove SIMO sta per Scala Italiana di Misurazione dell’Omofobia) e i principali risultati a cui siamo giunti attraverso il loro impiego in ambito sperimentale con ricerche nazionali. Le nostre ricerche sulla popolazione italiana hanno evidenziato che: 1) vi è una maggiore ostilità nei confronti delle persone gay piuttosto che delle lesbiche; 2) vi è una maggiore ostilità verso le persone omosessuali del proprio sesso; 3) l’omonegatività correla con l’età, il grado di appartenenza religiosa e il conservatorismo politico; 4) ha un atteggiamento più ostile chi non ha conosciuto una o più persone omosessuali; 5) vi un’associazione tra omonegatività e rigidità mentale, propensione al conformismo, necessità di rappresentazioni sociali stabili e immodificabili, ipersensibilità al giudizio. Questi risultati evidenziano, tra l’altro, la stretta connessione tra omonegatività e misoginia e il ruolo preponderante che il genere e la cultura svolgono nell’omonegatività.
Altri nostri studi centrati invece sull’omonegatività interiorizzata nelle persone gay e lesbiche stanno portando altre importanti evidenze empiriche, come l’associazione tra omonegatività interiorizzata e difese dissociative: il contesto sociale/familiare omonegativo può far sì che le persone gay e lesbiche rispondano costruendosi un “doppio Sé” (uno sociale e uno privato), mettendo a rischio la capacità di riconoscere i propri stati interni e di verbalizzarli.
Rimanendo sul piano della salute mentale delle persone gay e lesbiche, è importante ricordare che un numero crescente di ricerche indica il pregiudizio e la discriminazione come fattori rilevanti e misurabili di stress. In particolare mostra come lo sviluppo psicologico della maggior parte delle persone omosessuali sia segnato da una dimensione di stress continuativo, macro e micro traumatico, conseguenza di ambienti svalutanti o ostili, episodi di stigmatizzazione, casi di violenza (Lingiardi, Nardelli, 2007). Questo fenomeno va sotto il nome di “minority stress” (“stress legato all’appartenere a una minoranza”). Si tratta di un costrutto composto da tre dimensioni: l’omonegatività interiorizzata (la componente più “soggettiva”), lo stigma percepito e le esperienze vissute di discriminazione e violenza (la componente più “oggettiva”). Una caratteristica peculiare del minority stress delle persone gay e lesbiche è il non poter far riferimento, da bambini e da adolescenti, a forme di supporto e validazione familiare o comunitaria, come invece può avvenire in altri contesti di minoranza (etnica, religiosa, ecc.).
Acquista perciò un ruolo fondamentale il coming out: la persona omosessuale che si riconosce come tale ha la possibilità di confrontarsi con altre persone gay e lesbiche e di contare su esperienze di validazione esterna, condivisione e riconoscimento. Oltre all’integrazione nelle comunità gay e lesbiche, un altro fattore protettivo per far fronte al minority stress è, nelle persone omosessuali credenti, il discostarsi dall’interpretazione letterale delle sacre scritture per dare spazio a una propria religiosità meno rigida (postconventional religious reasoning; Harris, Cook, Kashubeck-West, 2008).
In conclusione, affermiamo che il mancato riconoscimento di un legame affettivo produce un danno psicologico (Lingiardi, 2007): 1) l’esperienza amorosa e la costruzione dei legami affettivi avvengono nel contesto delle relazioni sociali e nel territorio della storia e della cultura: il concetto di famiglia non è unico e immodificabile e la politica deve prenderne atto; 2) come stabilito anche dall’American Psychiatric Association (2005), il mancato riconoscimento (simbolico, giuridico e pubblico) di un legame affettivo tra due persone libere che lo richiedono, e dunque il rifiuto di riconoscere la loro esistenza come nucleo sociale, può danneggiare il benessere psicologico, la vita di relazione e la salute mentale; 3) l’implicita delegittimazione delle persone gay e lesbiche, che finiscono per trovarsi confinate in una zona grigia, a un livello di “cittadinanza minore”, favorisce la svalutazione, il disprezzo e la discriminazione da parte della società, ma anche di se stessi: l’omonegatività, compreso il fenomeno emergente del bullismo omonegativo, si alimenta anche del mancato riconoscimento di un pieno diritto di cittadinanza alle persone omosessuali, legittimando implicitamente pensieri come: “Se la Chiesa considera queste persone indegne di formare una famiglia, e se lo Stato ne tollera la convivenza, purché senza celebrazioni, diritti e tutele, allora vorrà dire che in fondo, davanti a Dio e agli uomini, questi omosessuali non sono proprio cittadini come gli altri…”.
Attingere ancora una volta alla poesia, la relazione di Lingiardi e Nardelli si conclude citando un verso di John Donne (1572-1631): “Se non è dato vivere d’amore si può morirne”.


Vittorio Lingiardi e Nicola Nardelli
“Sapienza” Università di Roma - Facoltà di Psicologia 1

Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, dirige la II Scuola di Psicologia Clinica della “Sapienza”, Università di Roma, Facoltà di Psicologia 1. È Professore Ordinario di Psicopatologia Generale e di Tecniche di Valutazione Clinica e Diagnostica.
Il suo ultimo libro si intitola Citizen gay. Famiglie, diritti negati, salute mentale (Il Saggiatore, 2007).

(Napoli, 9 ottobre 2008)
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