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Lo psicologo incontra i ragazzi di scuola media sul tema del Bullismo

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Lo psicologo incontra i ragazzi di scuola media sul tema del Bullismo

Messaggio Da Dott. A. Paliotti il Mer 22 Ott 2008, 10:13

Il Dono della Speranza ai Ragazzi di Scuola Media (prima parte)

La settimana scorsa ho incontrato i ragazzi di una Scuola Media.
Una scuola situata in un quartiere dislocato ai confini di una zona cosiddetta a rischio.
Un'amica professoressa, da anni referente per i progetti sulla Legalità in più scuole, mi aveva invitato a parlare, sul fenomeno del Bullismo, con i ragazzi di I media.

A prescindere da casi isolati, bullismo e illegalità sorgono quando malesseri  familiari e sociali si accumulano e si radicano in contesti ben definiti.
E quindi, al di là della cortesia fatta ad una cara amica, mi sono chiesta in che modo avrei potuto dare un senso - ma aveva senso? – e cosa avrei potuto trasmettere ai ragazzi, in un unico incontro.

Man mano che si avvicinava la data prevista,  e nonostante gli impegni quotidiani, quel pensiero latente non mi abbandonava, e poi pian piano ha preso corpo l’idea di considerare la mia presenza in quel contesto, al di là dell’attenzione al fenomeno del bullismo, come un’occasione per trasmettere ai ragazzi un messaggio diverso, un messaggio di benessere e di crescita psicologica.

Difatti la mia esperienza professionale mi ha insegnato che per poter promuovere un sostanziale cambiamento, occorre innanzi tutto una motivazione, uno scopo, e quale motivazione migliore se non fornire alla persona una speranza?
La speranza di migliorare il proprio modo di vivere con gli altri, e la possibilità di un futuro migliore realizzando se stessi.

Per iniziare ho redatto una scaletta sui temi da trattare.

Gli argomenti sono sorti spontanei:
In cosa consiste il fenomeno del Bullismo.
Quali sono le caratteristiche del bullo.
Il disagio interiore che lo accompagna e che genera malessere in sé e con gli altri.
La difficoltà per il bullo di riconoscere le proprie emozioni.
L’educazione emotiva.
Emozioni costruttive e distruttive.
La qualità dei sentimenti come causa di stati di benessere o malessere psicofisico.

 
Ok.

Ma c’era qualcosa che non andava.
Mi vedevo entrare in una classe e dire: Buongiorno, io sono una psicologa…
Ma cosa ne sapevano i ragazzi di prima media di cosa fosse uno psicologo?
Spesso è opportuno spiegarlo anche agli adulti.

E quindi in cima alla scaletta ho posto.
Chi è uno psicologo? Qual è il suo lavoro?
Bene, così andava meglio.

Ed ecco ancora un’altra idea.
Perché non lasciare loro uno scritto, un qualcosa da conservare quale promemoria dell’incontro? Magari da consegnare alle famiglie. Uno spunto di riflessione per i genitori.

In due giorni ho preparato quel che doveva essere un volantino, ma che non sono riuscita a concentrare in meno di due pagine.
Se si deve inviare un messaggio per lo meno che lo si faccia come si deve!
In verità ci sarebbero state tantissime altre cose da aggiungere ma, aumentando ancora il numero di pagine, chi l’avrebbe mai letto?  

Come sempre accade, man mano che ci si impegna, sorgono ancora altre idee.
Ci vorrebbe un questionario anonimo. Penso.
Un questionario che misuri l’entità delle problematiche esistenti in un determinato gruppo – classe.
Anonimo in quanto il ragazzo può esprimere liberamente il suo vissuto senza timore  di essere scoperto. Gli atti di violenza difatti sono spesso ripetuti, perché le vittime non hanno il coraggio di denunciarli.

E poi con l’aiuto del questionario si può stabilire quali siano le classi che hanno maggiormente bisogno dell’aiuto psicologico.

E così ho cercato su internet dei questionari relativi a progetti simili. Li ho analizzati attentamente ma non li ho visti indicati.
Uno l’ho scartato a causa dell’elevato numero di domande. Si presentava come un compito e non avevo alcuna intenzione di aggravare il carico ai ragazzi, e poi la sua compilazione avrebbe richiesto l’intero tempo a disposizione.
Un altro prevedeva delle domande di tipo intimo, su cui dissento decisamente. Perché è opportuno non turbare i ragazzi entrando nella sfera della loro intimità.
E un altro ancora, strutturato come una discussione, prevedeva delle risposte motivate, di tipo narrativo. Non l’ho ritenuto adatto all’età, e poi anche in questo caso vi era la  difficoltà dell’eccessivo tempo di somministrazione.

A questo punto il questionario ho deciso di farlo da me.
Ho quindi  elaborato una serie di domande – a risposta: Sì, No, Non lo so - per valutare, nello spazio di una paginetta, l’entità degli episodi di violenza nella classe.

Bene, ero pronta. Avrei trattato gli argomenti definiti nella scaletta, evidenziandoli con l’ausilio della lavagna.
Gli stessi, in effetti, che avevo descritto nel volantino da consegnare ai ragazzi.

Il mattino dell’incontro, mentre preparo la borsa con i fogli da consegnare sento che  c’è ancora qualcosa che non va.
Ancora una nota stonata.
Rivedo la situazione. Avevo circa un’ora e mezza a disposizione per trattare gli argomenti definiti. Un’ora e mezza. Ma dei ragazzi di undici anni sarebbero riusciti ad ascoltarmi per tutto quel tempo?
Una consapevolezza improvvisa mi dice che non potevo sperare sulla loro attenzione per più di dieci minuti. E come facevo in dieci minuti a trasmettere un messaggio costruttivo?
Bene, smetto immediatamente i panni della relatrice di psicologia, e decido di relazionarmi  alla classe così come faccio da anni nel mio studio.
Da persona a persona.

Dott. Assunta Paliotti

fine prima parte


Ultima modifica di Tina il Mer 22 Ott 2008, 10:17, modificato 2 volte
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Dott. A. Paliotti

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Lo psicologo incontra i ragazzi di scuola media sul tema del Bullismo (seconda parte)

Messaggio Da Dott. A. Paliotti il Mer 22 Ott 2008, 10:15

IL dono della speranza ai ragazzi della Scuola Media (seconda parte)

La confusione della classe mi accoglie già da fuori la porta.
Entro e la mia amica professoressa, con un’abilità da domatrice di leoni, invita tutti al silenzio. In un attimo la classe zittisce. In fondo all’aula un ragazzo disabile volta gli occhi dall’altro lato, ma so che avverte anche lui la mia presenza.
Mentre la professoressa spiega chi sono, li guardo uno ad uno. Gli occhi negli occhi. Li sento curiosi: Ma questa che vuole? Chissà cosa ci vuole dire…, ne indovino i pensieri.
Li guardo. Sorrido. E mi presento.
- Salve ragazzi, mi chiamo Assunta Paliotti e sono una psicologa.
Facce perplesse.
- Ci vogliamo conoscere?
- Si, sì!
Sento da più parti.
- Allora cominciamo da questa fila.
E invito ognuno di loro a presentarsi.

Le prime voci sono timide, imbarazzate. Passo tra i banchi e cerco il contatto degli occhi.
Mi chiamo Antonio, Maria, Pasquale, Emanuele, Teresa.
- E mi vuoi dire qualcosa di te, cosa ti piace?
- Il calciatore!
Hanno risposto tutti i maschi, tranne uno a cui piaceva la canoa.  
- La ballerina!
La maggior parte delle ragazze. Una invece:
- A me non piace proprio niente. Mi piace scendere … pariare.
E nei suoi occhi, la sfida.

Che le case siano la fucina dei malesseri e delle violenze è stato sin da subito evidente.
Non è stato necessario introdurre l’argomento del Bullismo. Ci hanno pensato da soli. Non so come, a un certo punto, un ragazzo ha detto che faceva a botte con i fratelli. E da lì tutto un coro di pure io.
- Chi si prende a botte con i fratelli? ho chiesto,
E ho visto tutte le mani alzate.
- Ma chi comincia?
- Spesso sono proprio io!  

Ora tutti vogliono parlare, e confessare i propri misfatti.

- Professoré mia madre una volta si è tolto lo zoccolo e me l’ha dato in fronte!
Lo dice ridendo, come a sottolineare una sua colpa
E subito un altro:
- A me, mi ha rotto la scopa in testa!

Man mano si scopre che la maggior parte di loro sono picchiati violentemente dai genitori
E ancora:
- Una volta in montagna mio padre mi ha dato tanti schiaffi con tutte e due le mani…
Ma questo ragazzo non ride, anzi ha gli occhi lucidi. E dalle sue parole non trapela nessun senso di colpa.
- Ma perché vi puniscono? Voi che fate?
I problemi sorgono dai litigi con i fratelli.

A poco  a poco si scopre che nelle famiglie c’é la guerra!
E allora spontaneo mi nasce il suggerimento:
- Vogliamo provare a non litigare per una settimana? Provate per una settimana a non esser voi a creare i  problemi a casa.
- Una settimana?

I pareri sono stati discordi. Alcuni prendono in seria considerazione questa possibilità, ma altri:
- Se non comincio io, comincia una delle mie sorelle. Allora tanto vale che comincio io. dice la ragazza che vuole pariare
Un ragazzo invece sembrava interessato alla proposta.
- Una settimana…
- Sì, una settimana.

Tutti mi chiamano. Ora tutti vogliono parlare.
- Dottoressa -  mi fa una ragazza apparentemente più piccola delle altre, ma con un atteggiamento maturo - spesso è mia sorella più piccola a iniziare.
- E che fa tua madre?
- Dà sempre la colpa a me, dice che lei è piccola!
- Quanti anni ha tua sorella?
- Due anni. Ma è una peste!
Due anni. Le spiego che la sorella,a due anni non comprende granché, e che tutti noi siamo stati  terribili a due anni. Ma le faccio notare che una sorella maggiore ha una grande responsabilità perché rappresenta un modello per la piccola.
- Come… mi imita? È dubbiosa.
- Sì certo, imita te, ancor più di tua madre.
La lascio perplessa, pensosa.

Un altro.
- Dottoré, io invece da grande faccio così…
E mi fa il gesto della siringa nel braccio.
Sono strabiliata.
- Lo sai che è molto grave quello che hai fatto?
Ride. Contento di essere al centro dell’attenzione.
- Che vorresti fare da grande?
- Il calciatore!
- Ma se fai così non arrivi a fare proprio niente…
E continuo
- Ma… dove lo hai visto fare?
- Dove vado a giocare a pallone… Si drogano tutti…
- E devi andare per forza lì? Non c’è un altro posto?
- E dove vado?
Già, dove va? Ma i genitori lo sapranno dove va a giocare il figlio?

Ancora mi chiamano, tutti alzano la mano, il vociare aumenta. La mia amica è bravissima a tenerli, ma l’esigenza di esprimersi è più forte del timore che incute loro la professoressa.
Ma come posso sentirli tutti?
Passo tra i banchi raccolgo storie, confidenze. Ci vorrebbe un’ora intera per ognuno di loro!

Arriva il momento del questionario. Li faccio venire alla cattedra a compilarlo, due alla volta, uno a destra e l’altro a sinistra. Nei banchi avrebbero modo di condizionarsi a vicenda.
Un questionario su problematiche personali, non si può somministrare alla stessa stregua di un compito in classe. Distribuito tra i banchi si rischiano risposte alterate e la condivisione delle risposte.

- Sapete ragazzi che vuol dire Bullismo?
- Sì, sì…
La loro insegnante già ne aveva discusso ampiamente.

Noto che nei ragazzi che mi sono stati segnalati come bulli, non vedo ombra di cattiveria, di furbizia, solo malessere e desiderio di protagonismo.
- Professoré, il bullo sono io!
Mi dice il più tremendo della classe, con uno sguardo buono.
- Perché, che fai?
- Do fastidio a tutti!
- E perché?
- Non lo so…
- Ma lo sai che se invece ti impegni puoi diventare quel che vuoi?

Avverto in loro un desiderio di imporsi, di essere, magari semplicemente non ce la fanno a stare zitti e fermi in un banco.
Neanche io ce la facevo all'età loro. Lo ricordo benissimo.

Il tempo era quasi alla fine, ma non volevo perdere l’occasione del messaggio da trasmettere.
Ho pregato la professoressa di tenerli in silenzio – ci riesce benissimo! -  e sono andata alla lavagna.
- Sapete ragazzi che cos’è uno psicologo?
- Sì, cura i matti.
- Gli scemi.
- Da lui vanno quelli che non riescono a dormire.
- No aspettate…

E ho scritto alla lavagna: Dallo psicologo vanno le persone normali.
Persone che hanno un problema di ansia, di fobia, depressione.
- Cos’è la fobia?
Spiegazione
- Depressi?
Con una grande tristezza.
- È vero che va pure chi soffre di mal di pancia?
I bambini sentono i discorsi in casa e le patologie dei genitori.
- Sì certo, ma in questi casi si fanno anche le analisi.

E aggiungo:
- Ma soprattutto… e qui sentitemi bene.
E chiedo ancora l’intervento della professoressa per tacerli. Cosa avrei fatto se non ci fosse stata lei?
- Lo psicologo aiuta le persone a scoprire chi sono, a guardarsi dentro, a comprendere le proprie abilità. Perché ognuno di noi ha delle abilità… solo che la maggior parte delle volte non si conoscono…
Per un attimo tutti tacciono, vogliono comprendere bene.
E poi tutti insieme chiedono, vogliono sapere,  un barlume di speranza si accende nei loro occhi.
- Dottoressa, mi chiede con un filo di voce una ragazza, allora pensate che posso cantare?
- Certo che puoi.
- Ma non ho una bella voce.
- Devi studiare.
- E dove? a Napoli non c’è niente.
- Come! C’è il Conservatorio!
- Davvero?

E già qualcun altro chiama
- E io posso fare il calciatore?
Anche al bullo ho spiegato che avrebbe potuto benissimo fare l’avvocato, l’ingegnere, il dottore...
- No, l’avvocato no, è troppo difficile!
Mi risponde subito. Evidentemente è affascinato proprio dalla figura dell’avvocato, e aggiunge:
- Si deve studiare troppo.
- Se ti piacerebbe diventare un avvocato, ci puoi riuscire. Ti devi solo impegnare.

I ragazzi mi guardavano incredula.
Ed io ero ancora più incredula di loro.
Per quanto già sapessi di trasmettere  un messaggio nuovo, di speranza, non immaginavo fino a quale punto questi ragazzi vedevano il loro destino già segnato, un futuro delimitato entro le barriere del proprio rione.

Questi, i miei pensieri, mentre distribuivamo i volantini che avevo stampato.
- Ragazzi questi fogli li portate a casa. Fateli leggere ai vostri genitori, a una vicina, a una zia, a vostra nonna, a chiunque.
Li prendevano con interesse,  qualcuno inizia a leggere.
- Conservateli e non li perdete.
- Dottoressa come vi chiamate?
- Dove avete lo studio?
Mille domande giungevano da più parti. Volevano sapere. Ma non potevo dire altro.

Alla fine la professoressa ha chiesto loro quali fossero  le loro impressioni sull’incontro.
C’è chi ha detto che è rimasto colpito dalla possibilità di sospendere le ostilità per una settimana e chi invece è rimasto colpito dal mio lavoro, dal fatto che ascoltavo i problemi di tutti.

Quando li ho salutati mi spiaceva sapere di non poter seguire le loro storie, i malesseri che vi avevo scorto. Alcuni di loro sono venuti a darmi la mano, mentre dagli ultimi banchi mi salutano con un battere di mani.
È stato un momento di grande commozione che non dimenticherò.

Del Bullismo non avevamo parlato granché, giusto il tempo del questionario.
Ma come si può mai supporre di risolvere il problema del bullismo nelle scuole quando la violenza è insita nelle case?
Quando i modelli, gli esempi dati ai giovani, sono il frutto di malesseri già strutturati in famiglia, nel contesto sociale?

Avrei voluto dire loro: ci vediamo tra un mese, ma non è stato possibile.
Le logiche di politica scolastica mi avevano fatto entrare in punta di piedi e in punta di piedi ne sono uscita. Contenta però di aver accolto i problemi dei ragazzi e piantato un piccolo seme di speranza nei loro cuori, nelle loro menti ancora acerbe.

Ma nulla sarebbe stato possibile senza l’aiuto della mia cara amica, la professoressa AM,  che condensa la rara abilità di farsi rispettare dalla classe a una grande umanità, quella che scorgevo nei suoi occhi quando ascoltava i ragazzi, i suoi ragazzi, esprimere le proprie ansie.

 
CONSIDERAZIONU FINALI E PROPOSTE

Chiudo con alcune considerazioni e una proposta.

Valutiamo e rispettiamo, innanzi tutto, il lavoro degli insegnanti che, nelle  scuole di ogni ordine e grado, lottano quotidianamente non solo con la grande difficoltà di motivare i giovani ad un apprendimento che spesso non trova riscontro nella vita di tutti i giorni,  ma si trovano a dover fronteggiare, senza possedere gli strumenti idonei, i malesseri emotivi dei giovani.

Malesseri che nella maggior parte dei casi si tramutano in indifferenza all’apprendimento, ma spesso in comportamenti aggressivi e disturbanti dell’intera classe, dando origine al fenomeno del Bullismo.

Tutti i giorni gli insegnanti colgono e raccolgono storie di disagi ma, non essendo preparati ad affrontarli, ne assorbono solo un intenso carico emotivo che ne accentua la fatica quotidiana. E restano spesso muti, sordi, alle richieste di aiuto, oppure al contrario, offrendo la massima disponibilità e in buona fede, elargiscono consigli dettati dal buon senso, che si rivelano idonei alla risoluzione di un disagio momentaneo, ma spesso inefficaci e finanche deleteri quando il malessere è definito e strutturato.

Perché l’insegnante è stato istruito a trasmettere conoscenze e sapere, e non per tutelare l’equilibrio psichico dei giovani.
Per cui il disagio spesso manifestato apertamente dai ragazzi in cerca di comprensione  e sostegno, la maggior parte delle volte rimane solo una sterile richiesta di aiuto.

Ecco perché ritengo opportuno, sia alla luce della recente esperienza scolastica, sia soprattutto ascoltando i malesseri dei giovani e degli insegnanti, che sia istituita la presenza dello psicologo nell’ambito scolastico.

Psicologo, non già come insegnante di scienze psicologiche, ma come figura professionale addetta all’ascolto, al contenimento e al sostegno dei malesseri giovanili, con una presenza continua e assidua nel contesto scolastico.

Si potrebbe ad esempio ipotizzare un tempo dedicato all’intervento psicologico, anche una volta al mese in ogni singola classe, o comunque ogni qual volta il singolo studente o l’insegnante lo richieda.
Non solo, ma lo psicologo si rende necessario anche come sostegno e riferimento degli stessi insegnanti che non sempre affrontano serenamente le problematiche legate al normale svolgersi delle loro attività.

Attualmente lo psicologo può essere presente nelle scuole attraverso i percorsi di formazione di alunni e docenti con progetti a tema psicologico. Ma i corsi di apprendimento, lasciano poco spazio ad un cambiamento sostanziale, che può avvenire solo attraverso la conoscenza e la consapevolezza delle proprie risonanze emotive.

Non facilmente raggiungibili seguendo un corso formazione.
So bene che, alla luce delle attuali organizzazioni scolastiche presenti in alcuni contesti, questa mia  proposta – che interpreta il desiderio di un gran numero di alunni e docenti – può apparire  un paradosso, ma per promuovere un qualsiasi intervento per il benessere dei giovani, che sarà il benessere della società futura, occorre comunque intervenire su più fronti, e non tralasciare l’attenzione per i malesseri emotivi.

E sono certa che con la partecipazione e l’attivazione di più figure professionali i risultati non tarderanno ad arrivare.

Dott. Assunta Paliotti
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Dott. A. Paliotti

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