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I bambini e la rabbia (di Beatrice Taboga)

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I bambini e la rabbia (di Beatrice Taboga)

Messaggio Da Admin il Lun 10 Mag 2010, 12:49

[ Tratto da "Sati")

C’è un piccolo gruppo di bambini, a Mestre, che si ritrova da due
anni, una volta la settimana, per praticare lo yoga. Stiamo lavorando
molto seriamente e i nostri rapporti stanno diventando sempre più di
‘vera amicizia’. Il gruppo è composto da bambini e bambine che hanno
dagli otto agli undici anni. Verso Natale dello scorso anno, dopo
lunghe discussioni e dettagliate riflessioni, abbiamo preparato un
programma di lavoro, come impegno per il 1996 dal titolo: ‘Sviluppare
la gentilezza’, articolato nei seguenti punti: 1) non prendere in giro
gli altri; 2) aiutare quelli che vediamo in difficoltà; 3) accorgersi
della bellezza della vita: adottare un albero o una piantina; 4)
alzarsi senza farsi pregare e sorridere; 5) non arrivare in ritardo;
6) cercare di non chiacchierare a scuola; 7) tutti i giorni un aiuto
in casa; 8 ) andare a letto all’ora giusta; 9) evitare di mangiare
porcherie, ma non esagerare con le diete; 10) prima di dormire,
ripetere: "Che io sia felice, libero da ogni sofferenza, protetto da
tutti i pericoli interni ed esterni; che tutti gli esseri umani, gli
animali, le piante possano essere felici".

Ogni bambino ha trascritto su un grande foglio questo programma, con
matite colorate o con i pennarelli, decorandolo e appendendolo nella
propria cameretta.

Le nostre riunioni funzionano così: ci sediamo in cerchio, ci
salutiamo e se qualcuno vuole condividere qualche problema o
difficoltà incontrati nel corso della settimana lo può fare,
altrimenti verifichiamo come procede il nostro programma: successi,
insuccessi, momenti di gioia. Ognuno succintamente racconta eventi,
sensazioni, emozioni, reazioni o risposte. Si cerca di mettere a fuoco
qualche idea o suggerimento che potrebbe essere utile a tutti. Poi si
comincia la pratica degli asana (posture yoga tenute in immobilità).
Si porta tutta l’attenzione all’ascolto del respiro (dove va a
stabilirsi?) e alle sensazioni fisiche (quali parti si rilassano,
quali si contraggono?) cercando di realizzare un’armonia
respiro-movimento-consapevolezza.

I bambini sono sempre molto interessati all’ascolto del respiro. Io
per prima sono rimasta sorpresa nel notare quanto questo ascolto li
coinvolga, li diverta. Dopo circa 40 minuti di asana ci rilassiamo per
altri 15/20 minuti.

Quando finalmente siamo calmi e aperti all’ascolto, leggo dei passi
del libro di Thich Nhat Hanh sulla vita del Buddha. Ho iniziato con la
storia di Svasti, un piccolo guardiano di bufali di undici anni, che
diventerà poi un discepolo del Buddha. I bambini si sono così
entusiasmati e identificati da farmi decidere di mantenere Svasti come
‘filo conduttore’ delle storie che via via racconto. Alla fine della
lettura, che in qualche modo cerca di collegarsi ai problemi emersi, i
bambini rappresentano con un disegno ciò che li ha colpiti di più
della storia o scrivono alcune loro riflessioni: prima di concludere
ci concentriamo sul respiro per cinque o dieci minuti e poi ci
salutiamo.

Per questi bambini, pian piano, Thich Nhat Hanh è diventato un maestro
noto, conosciuto soprattutto come l’autore del libro di Svasti.

L’anno scorso, sollecitati da queste letture, abbiamo dato più spazio
alla consapevolezza dei comportamenti o delle situazioni che ci fanno
soffrire di più: non sentirsi accettati, essere presi in giro,
sentirsi soli, capire che quasi nessuno molto spesso ha tempo e voglia
di ascoltarti. Abbiamo così cominciato a scoprire le cause dei nostri
malesseri e dispiaceri.

Abbiamo osservato che talvolta proprio una nostra azione di generosità
o di gentilezza si trasformava in delusione, avversione o rabbia.
Questo perché "nessuno se ne accorge che sono stata/o gentile"...
"nessuno mi apprezza"... "nessuno mi ringrazia". Un bambino ha
raccontato che da giorni e giorni apparecchiava e sparecchiava la
tavola "con tanto amore", spiando sempre per scoprire la "sorpresa e
la contentezza" della sua mamma, ma lei non si è accorta della sua
gentilezza.

Questa esperienza è stata generale: nessuno è sembrato accorgersi — o
quasi nessuno — degli sforzi dei bambini, del loro impegno, del loro
amore. "Eppure quando non mi comporto bene se ne accorgono subito!".
Rinforzando le nostre qualità positive, ci sarà sempre meno spazio per
quelle negative: ce lo siamo ripetuti molte volte per darci coraggio e
per non scoraggiarci. Ci siamo però chiesti: come mai ciò non accade?
"Com’è che nessuno se ne accorge?". Perché — abbiamo scoperto — quasi
nessuno "ascolta, vede e sente veramente". Abbiamo capito quindi che è
molto importante "imparare ad ascoltare" nel senso di "imparare a
vedere, udire, sentire". "Già solo questo — ha detto una bambina — ci
farebbe vivere molto, ma molto meglio".

La scoperta che più ci ha interessato e coinvolto nei primi mesi
dell’anno è stata, però, quella di accorgerci che l’emozione più forte
che provavamo durante la giornata, e che ci condizionava per ore era
la rabbia, che è diventata così oggetto del nostro ascolto e delle
nostre riflessioni.

È stato molto liberatorio rendersi conto che tutti provavamo, anche se
per motivi diversi, questa emozione, e che di queste brutte sensazioni
se ne poteva parlare; nessuno era più solo a sentirsi a volte cattivo
e violento, sensazione che provoca sofferenza non solo negli altri, ma
anche in noi stessi.

Ecco come alcuni bambini hanno descritto la rabbia e l’avversione:

"Dentro di me c’è un cerino e quando mi prendono in giro è come se
l’accendessero, e dopo un po’ sono tutto infiammato...". "Io sento che
c’è come un filo che mi attraversa e mi collega a tutti coloro che mi
stanno intorno. Il filo attraversa un prato che c’è dentro di me: metà
prato è amicizia, metà prato è rabbia. Quando mi prendono in giro la
rabbia occupa tutto il prato, s’alza in alto, spacca il filo. La
rabbia è molto più forte dell’amicizia e con tanta fatica, dopo, devo
cercare di riannodare il filo. A volte è difficile e sto male quando
mi sento ‘spaccata’ dagli altri. La rabbia è molto più forte,
perché?...".

Alla lezione successiva ho chiesto: "Abbiamo noi una cosa che è sempre
con noi e che ci può aiutare a restare calmi dentro?". Dopo le ipotesi
più fantasiose, finalmente la scoperta: il respiro. "Ma come mai non
ci abbiamo pensato prima?" ha esclamato un bambino.

"Siamo capaci di accorgerci che si sta levando il vento della
rabbia?". Abbiamo provato: i bambini hanno immaginato (seduti, occhi
chiusi) una delle ultime arrabbiature, cercando di seguire con
attenzione cosa succedeva dentro il corpo:

"Comincia con una piccola vibrazione, che cresce, cresce, e alla fine
tutto il mio corpo trema".

"La pancia si chiude, anche i denti".

"Lo stomaco si attorciglia".

"Si chiudono stomaco e gola, mi tremano le mani, vogliono menare"; ecc.

Alla fine abbiamo respirato per circa dieci minuti insieme; espirando,
piano, piano, cercavamo di far uscire la rabbia, inspirando lentamente
cercavamo di far entrare la tranquillità e la pace.

La conclusione dei bambini è stata che "funzionava un po’". Per alcune
settimane abbiamo cercato di individuare il momento e il modo in cui
ognuno di loro potesse allenarsi ad ascoltare il respiro: chi
sedendosi appena alzato la mattina, chi camminando lentamente tornando
o andando a scuola, chi prima di fare i compiti. A volte i bambini
tornano a lezione dicendo di aver provato, ma che non funziona: spesso
spiego che per aiutarli, io mi baso sulla mia esperienza e sul mio
intuito. Spesso vorrei esser capace di capirli di più e consigliarli
meglio. Anch’io sto lavorando — come loro — su di me, sugli stessi
problemi, e sperimento spesso quanto sia difficile quando la
gentilezza, l’amore, ma soprattutto la pazienza se ne vanno o si
affievoliscono. Ma poi è così bello ritrovarli che ci riprovo sempre!

Proprio mentre riflettevamo su questi temi ci giunse la notizia che
Thich Nhat Hanh sarebbe venuto a Venezia. "Vogliamo provare a
chiedergli un incontro?" chiesi ai bambini, e subito preparammo questa
lettera

5 marzo 1996. Caro maestro Thich Nhat Hanh, siamo un gruppo di bambini
che vivono a Mestre e che seguono un corso di yoga. Abbiamo saputo che
verrai a Venezia; immaginiamo che non avrai molto tempo libero perché
un mucchio di gente vorrà approfittare dell’occasione per conoscerti.
A noi piacerebbe tanto che tu ci facessi una piccola lezione o anche
fare una breve meditazione con te. La nostra insegnante ci ha letto
delle parti del tuo libro sul Buddha, soprattutto la storia di Svasti.
Queste letture e riflessioni che abbiamo fatto tutti insieme ci hanno
aiutato a comprendere che tutti gli esseri umani sono uguali e che
ognuno di loro e quindi noi — se lo vogliamo — possiamo essere buoni o
diventare buoni. Speriamo tanto che ci sia possibile conoscerti
personalmente e magari, anche, meditare qualche minuto insieme. Grazie
mille. Ciao da Marta Ferrara, Francesco Levorato, Tommaso Barbieri,
Elisabetta Giotto, Alvise Nart, Lucalorenzo Ferro, Enrico Calzavara,
Maria Teresa Lorusso, Jacopo Serena, Chiara Privato.

Dopo circa una settimana uno degli organizzatori mi chiese di
descrivere succintamente il gruppo di bambini e le loro richieste a
Thich Nhat Hanh.

Preparai la lettera che parlava del programma 1996 e del nostro lavoro
sulla rabbia, la lessi ai bambini, sistemammo meglio alcune loro
frasi, poi decidemmo di spedirla col fax. Alcuni giorni dopo venni
informata per telefono che sarebbe stata riservata una fila di posti
per i bambini presso l’Auditorium dell’Università di Ca’ Foscari, dove
Thich Nhat Hanh avrebbe tenuto la sua conferenza il 19 marzo.

Alla riunione con i bambini dissi solo questo, tacendo sul fatto che
forse domenica saremmo potuti addirittura andare a pranzo con lui. Non
volevo creare troppe aspettative e possibili delusioni, ma cominciai a
essere emozionata anch’io. Decidemmo con i bambini che domenica
sarebbe stata una giornata speciale e l’avremmo trascorsa tutti
insieme a Venezia.

In campo San Tomà ci vennero incontro tre monache e due monaci. I
bambini accorsero e si fermarono a bocca aperta davanti al gruppo:
saranno stati i vestiti, i capelli rasati, la sorpresa; nei loro occhi
vidi scorrere la domanda: "Qual è il maestro?". Non si capiva neppure
se fossero maschi o femmine, a parte due monaci chiaramente
occidentali.

Ci dissero che Thich Nhat Hanh era arrivato stanco in conseguenza del
ritiro di Roma e voleva riposarsi; l’avremmo visto nel pomeriggio.

Seduti, al tavolo del ristorante, ci presentammo tutti reciprocamente.
I bambini erano felici.

Ci avevano riservato una stanza, così nessuno ci avrebbe disturbato;
fece le presentazioni e condusse per un po’ la conversazione Sister
Phuong prima di essere travolta dalle domande dei ragazzi: "Dov’è il
Vietnam?". "Come ti trovi qui?". "Hai bambini?". "Perché sei qui?".
"Che cosa mangiate voi in Vietnam?" e così di seguito, abbastanza
calmi ma inarrestabili e sempre più precisi e in profondità.

Quando tutte le pizze furono arrivate, Sister Phuong insegnò a
mangiare con consapevolezza: "Guardiamo per qualche attimo in silenzio
il nostro piatto: guardiamo forme, colori, sentiamo il profumo che
sale dalla pizza. Pensate quante cose sono successe, quanto tempo ci è
voluto perché queste cose arrivassero sul nostro piatto: seminare il
grano, piantare i pomodori, allevare la mucca, fare il formaggio e
quanto anche la natura ha contribuito a far crescere, maturare...
acqua, sole, terra... Lo sapete quanto ci mette un pomodoro a
maturare? E una patata? Ora prepariamoci a gustare in silenzio il
gusto di questa pizza: che cosa sentiamo in bocca? Quanto dura il
gusto? Distinguete con il gusto i vari ingredienti? Sentite la pizza
in bocca, poi va giù... Ascoltiamo in silenzio, anche mentre beviamo
la Coca Cola e le aranciate".

"Cercate sempre di mangiare così, in piena consapevolezza" ha
suggerito alla fine Sister Phuong.

Una bambina disse che sarebbe stato bello, ma come avrebbe potuto
farlo lei se il suo cibo preferito era pollo con le patatine? "Non
posso mangiarlo, pensando a come e quando l’hanno ucciso!". Sister
Phuong rispose che anche in Vietnam preparavano il pollo arrosto e
anche a lei, da piccola, mangiare il pollo era piaciuto moltissimo.
"Anche ora — aggiunse — se ne riconosco da qualche parte il profumo mi
viene l’acquolina in bocca, ma per quel mio piccolo piacere, penso
poi, posso lasciar uccidere milioni di animali? Pensateci un po’: come
ci sta il pollo? Mi hanno detto che state cercando di liberarvi dalla
rabbia, quindi avete sentito che è più bello riuscire a essere buoni,
non violenti. Non vi pare che dovremmo evitare di provocare violenza e
sofferenza, quando possiamo?". I bambini annuirono in silenzio. La
bambina, pensierosa disse all’amica "Come facciamo adesso? Non fa una
grinza questo ragionamento!".

Incamminandosi lentamente verso il luogo della conferenza Sister
Phuong insegnò ai bambini come camminare consapevolmente. L’impresa li
impegnò per cinque minuti, poi volarono via come colombi e li
ritrovammo già seduti nella fila di posti riservata a loro. Erano
tutt’occhi e tutt’orecchi (e tutto cuore) mentre ascoltavano la
conferenza di Thich Nhat Hanh, prendendo anche appunti, come avevano
visto fare ai grandi. Il tema del discorso era: La meditazione ci
rende liberi.

Thich Nhat Hanh alla fine disse: "Scusate, ma devo dire alcune cose a
questi bambini che stanno cercando di capire cos’è la rabbia...
sentite, io penso che a volte va bene essere arrabbiati, ma dobbiamo
sapere cosa fare con la rabbia. È umano arrabbiarsi, ma se non abbiamo
cura della nostra rabbia, possiamo dire o fare cose che causano dolore
a noi e agli altri. Che cosa vogliono i bambini dai loro genitori
quando si arrabbiano? Prima di venire qui l’ho chiesto ad alcuni
bambini e li ho consigliati di riflettere un po’ su che cosa
vorrebbero che i loro genitori facessero quando loro sono arrabbiati.
Alcuni hanno risposto che vorrebbero stare tranquilli e da soli per un
po’, altri vorrebbero che i genitori comprendessero i motivi della
loro arrabbiatura. Dobbiamo sapere tutti che quando siamo arrabbiati
non sappiamo più quello che facciamo o diciamo, possiamo arrivare
addirittura a odiare qualcuno, pensare che non ci vuole più bene e
invece, magari, è proprio quella la persona che ci ama di più. Se
vostro padre e vostra madre non vi amano, chi vi potrebbe amare di
più? Ma quando siete arrabbiati pensate che la mamma non vi voglia più
bene. Questo può accadere anche a noi adulti: anche ai grandi succede
di arrabbiarsi, magari con la persona che amano di più.

Allora che fare quando ci arrabbiamo?

1)Ricordarci, se è la mamma, che quella è la persona che ci ama di più al mondo;

2)Ricordarci che è quella che noi amiamo di più al mondo. Magari
ripetiamocelo spesso questo, come se fosse un mantra, così quando ci
arrabbiamo ci ricorderemo subito che quella è la persona che più
amiamo al mondo.

3)Che cosa succederebbe se questa persona non esistesse più? Voi
sareste molto infelici.

Praticando quindi la visione profonda, cerchiamo di riflettere;
scegliete e scrivete la frase che preferite.

Quando vi arrabbiate cercate — è molto importante! — di non fare e non
dire niente. Qualsiasi cosa facciate o diciate è molto pericolosa: può
distruggere molto e rendere il vostro rapporto peggiore. È molto
facile, quando siamo arrabbiati, dire delle cose crudeli; è molto più
difficile farle scomparire dopo averle dette.

Quando siete arrabbiati allora — ricordatevelo! — non dite e non fate
nulla, assolutamente niente. Andate fuori e fate la meditazione
camminata: inspirando fate due passi, espirando fate due passi, dopo
solo un minuto vedrete che vi sentite meglio, allora tirate fuori il
foglietto e cominciate a ripetere la frase che avete scritto e
leggendola ripetutamente, continuate a camminare, inspirando ed
espirando e dopo soli cinque minuti vi sentirete molto meglio. Se il
bambino è arrabbiato con la mamma potrebbe fare la camminata col papà
e viceversa: è importante che il genitore che lo accompagna non sia
arrabbiato con lui.

Vi do anche un suggerimento: tenetevi un piccolo specchio sempre in
tasca e, quando vi arrabbiate, guardatevi nello specchio: il Buddha ha
detto che, se quando vi arrabbiate pensaste al vostro viso, sentireste
che non è bello. Possiamo anche fare così: inspirando, so che sono
arrabbiato, espirando so che non sono molto bello in questo momento.

Allora sorridete e, anche se in quel momento non provate esattamente
gioia, apparirete meglio e più presentabili in società: la meraviglia
di un sorriso di per sé toglie la tensione ed è una pratica di yoga.

Quando siamo arrabbiati i muscoli del viso diventano contratti, se
sorridete quei muscoli si rilassano e voi non solo apparirete più
belli, ma vi sentirete meglio, perché quello che succede sul corpo ha
effetto sulla vostra mente.

Vi potrà piacere molto la meditazione camminata se proverete a
praticarla per una settimana. Facendo due passi inspirate e ripetete
‘Sono arrivato, sono arrivato’. Facendo altri due passi espirate e
dite ‘Sono a casa, sono a casa’. Perché la meditazione camminata è
essere nel momento presente, non arrivare da qualche parte. Il momento
presente è l’unico in cui è presente la vita; il Buddha ci ha detto
che la vera pace e la felicità sono solo nel momento presente. Non
dobbiamo morire per arrivare nel regno di Dio, dobbiamo svegliarci per
essere vivi e fare un passo nel regno della felicità e della gioia,
nella terra del Buddha, riunendo il corpo e la mente nel momento
presente".

Così Thich Nhat Hanh, conclusa la sua conferenza, ci salutò, e noi
piano piano ci incamminammo verso casa.

(tratto dalla mailist di Guido da Todi)
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